Era settembre, correva l’anno 2000, Bon Jovi dominava le classifiche internazionali con It’s my life mentre in Italia avevamo ancora nelle orecchie e sulle gambe Vamos a Bailar, singolo delle Paola e Chiara nazionali che ci aveva accompagnato per tutta l’estate. Proprio il primo settembre veniva annunciato il lancio sul mercato di un certo Nokia 3310 che avrebbe fatto la storia e (forse) segnato la fine delle nostre serate guardando le stelle al posto che giocare a Snake. L’11 settembre di quell’anno (eh sì, un anno dopo sarebbe cambiato tutto) in tv andava in onda la finale di uno dei programmi più seguiti, Miss Italia, che avrebbe registrato il record storico di ben 12 milioni di telespettatori, numeri paragonabili solo ai migliori Sanremo. E con gli stessi conduttori di Sanremo, per giunta.

Già, perché Miss Italia era un appuntamento fisso per le famiglie italiane, proprio come il Festival della Canzone, ma mentre quest’ultimo continua a dominare gli ascolti, cercando di andare di pari passo con l’evoluzione storica e culturale del paese, Per il programma fondato da Enzo Mirigliani è stato, come direbbe Rkomi, un violënto decrëscendo.
Ma come si è passati da 12 milioni a poche migliaia di persone in streaming su YouTube? È da poco uscito su Netflix il docufilm Miss Italia non deve Morire, voluto da Patrizia Mirigliani nel tentativo di riportare senso e valore ad un concorso che forse un senso non l’ha mai avuto, se non quello di risollevare il morale in un Italia devastata dai postumi della guerra.

Voglio andare oltre la narrazione del film e della battaglia contro i mulini a vento della signora Mirigliani nel tentativo di riportare in auge il concorso. La lotta di mia figlia per ottenere una cena a base di “Kinder e patatine” la ritengo a confronto nettamente più convincente. Voglio anche andare oltre i discorsi degli agenti regionali maschi su lati B, C e D che sarebbero buoni solo per i testi della prossima hit estiva del Pagante.
Mi sembra abbastanza evidente che Miss Italia sia già morta da diverso tempo. Quello che c’è da chiedersi è se questo omicidio volontario sia frutto del superamento di una cultura ormai lontana o se sia soltanto il tramonto di un format che non ha più nulla da raccontare.

L’annullamento dell’iconico show di Victoria’s secret nel 2019 come anche la cancellazione dei concorsi di bellezza in diversi paesi come in Olanda, sembrerebbe suggerire in effetti un rifiuto di quei canoni estetici ritenuti convenzionali, in favore di modelli più positivi, inclusivi (grande scivolone di Miss Italia quello di impedire la partecipazione a donne trans) sani, volti all’esaltazione del talento, quello vero ( e no, passeggiare in mutande e reggiseno taglia 0 dopo aver digiunato per 1 mese non lo definirei propriamente un talento).
Eppure, se guardiamo oltre lo schermo della TV, per noi “Miss Italia continua”, spostato sulle nostre vite a metà ormai tra il fisico e il digitale. Ciò che manca nel piccolo schermo diventa overdose nella vita di tutti i giorni, in un’epoca dove la bellezza è sovradosata ovunque, filtrata sui social, perfezionata con l’AI. Miss Italia non è stata superata da un cambiamento radicale della società. Miss Italia è stata semplicemente superata dalla realtà. Quello schermo 21 pollici è stato sostituito da un esercito assaltatore di schermi piatti, più piccoli ma più potenti, che continuano ad alimentare immagini e concezioni che sono ben lontane dal concetto di emancipazione della donna.

E quelle immagini ci portano ancora ad avere la concezione di dover essere ammirate, prima di essere ascoltate. Ci portano a leggere con indifferenza i commenti “acida” o “frustrata” verso una donna che prende posizione. Ci portano a dover dimostrare di valere più degli uomini, come se si partisse sempre da una posizione di difetto. Pensiamo proprio a Sanremo, dove occorre cimentarsi in (spesso noiosi) monologhi per poter affermare “ah però dai, è donna ma è anche intelligente”. Come se fosse necessario per controbilanciare la discesa della scalinata in abiti custom Dior.
Pensati libera, certo come no.
Cambia la modalità, cambia il modo di soppesare gambe e fianchi, ma la strada verso la convinzione di non dover recitare la poesia o saper fare la capriola per sentirci legittimate, è ancora lunga.
Insomma, condanniamo un concorso di bellezza ma continuiamo a sentirci in concorso, tutti i giorni. Abbiamo rifiutato di vedere ragazze giudicate da canoni imposti da un sistema patriarcale, quando dall’altra parte gli stessi canoni si stanno perfezionando, modellando, e cambiano addirittura più velocemente da una stagione ad un’altra.
Miss Italia è morta, ma ancora non l’abbiamo superata.
