Intervista a Gio Evan: il nuovo album “Ribellissimi”

Immergiti nell’universo creativo di Gio Evan con la nostra intervista esclusiva su Cult Pop. L’artista rivela i dettagli del suo ultimo lavoro ‘Ribellissimi’, unendo musica e poesia in una fusione che sfida i confini dell’espressione artistica. Scopri come Evan ha navigato le trasformazioni personali e creative che hanno portato alla nascita di questo progetto unico. Un viaggio affascinante che apre nuove prospettive sulla sua arte. Scopri cosa ci ha raccontato nella nostra intervista a Gio Evan!

intervista a gio evan

Il tuo ultimo album “Ribellissimi” esce a tre anni dal lavoro precedente. Come è stato a scrivere questo album e cosa è successo in questi tre anni?

L’album è stato una lezione di lentezza per me. È nato dopo l’esperienza di Sanremo. Quando è finito Sanremo nel 2021, mi sono trovato in un contesto dove il mercato e il pubblico chiedevano nuovi lavori, opere veloci. Ma ho provato un disgusto incredibile per l’arte veloce, quella non degustata, inghiottita così in fretta. Ho sentito una grande paura e ho sentito il bisogno di difendere il mio pensiero, così ho deciso di fare una grande frenata.

Come è cambiato Gio Evan in questi tre anni?

Ho fatto una sorta di inversione a U e sono ritornato verso i miei paesaggi interiori, quelli buoni, che non sono confortevoli, ma sono semplicemente buoni. Ho iniziato un lavoro sulla calma, sulla mia vita. Dopo “Mareducato”, mi sono reso conto che tutto stava andando troppo veloce e avevo bisogno di lentezza, calma, serenità. Questo album è molto lento, calmo, anche la musica cresce lentamente, non schizza.

Hai combinato musica e poesia in ogni brano. Perché non riuscivi a decidere se volevi essere un cantante o un poeta, o entrambi?

In realtà, ho visto che le due cose, musica e poesia, sono il frutto dello stesso albero. A volte scrivo una poesia e mi accorgo che ci sono delle melodie recondite che si possono estrapolare. Altre volte invece scrivo delle canzoni e mi accorgo che quelle parole hanno bisogno di fermezza, di staticità, e quindi diventano poesie. Questo è il caso di “Graffi”, che cercò di nascere come canzone, e “Susy”, che cercò di nascere come poesia.

Parlando di “Graffi”, la collaborazione con Roberto Cacciapaglia, come è stata?

Ho conosciuto Roberto da molto piccolo, ed è stata una musica che mi ha cresciuto molto. Sono cresciuto con la musica di mio padre, da Battisti a Pino Daniele, e anche musica internazionale. Cacciapaglia mi ha insegnato che ci sono musiche che ti permettono di avere un boost, un acceleratore al pensiero. Quando ho scoperto Cacciapaglia, ho capito che si poteva fare molto con la sua musica. Dopo tanti anni, l’ho invitato a collaborare e per me è stato bellissimo.

Dai tuoi primi giorni di “Le scarpe del vento” al tuo attuale successo, come pensi di essere cambiato? Sei passato da scarpe comode a scarpe più eleganti, ma meno pratiche?

Con le scarpe eleganti non riesco a farci un passo, resto il ragazzo da trekking. Però sono cambiate tante cose. “Le scarpe del vento” è iniziato in Argentina, Brasile. Vivevo fuori dall’Italia già da cinque anni, ero un selvaggio incredibile. Ora sembro molto più umano, ma non voglio dire che mi sono imborghesito. Devo ritornare a quella essenza.

Il tuo tour si chiama “Fragile / Inossidabile”. Tu sei fragile e quindi ti rompi in lacrime sul palco o sei inossidabile come un supereroe?

Ho entrambe queste caratteristiche dentro di me. Quello che mi coinvolge mi devasta, ma allo stesso tempo sono bravo a incassare, anche se mi fa male. “Fragile / Inossidabile” è proprio questo concetto che sentivo mancare. Non c’è una parola che possa definirlo. Quando accetti la tua fragilità, quando la ammetti e non la nascondi, quella diventa indistruttibile.