Ho visto Biancaneve e ho sperato che qualcuno mi avvelenasse con la mela prima di finirlo

Voglio prenderla alla larga, ma neanche tanto. Amo quasi tutti i primi film di animazione della Disney, ma ho sempre avuto qualche problema con due in particolare: Cenerentola e Biancaneve. E questo perché, a mio avviso, raccontavano delle storie veramente povere di spessore, poco coinvolgenti, dove la protagonista subiva pressoché passivamente gli eventi, anche questi veramente poveri di brio.
Quando uscì il live action di Cenerentola, quindi, già poco fan dell’operazione live action intrapresa da Disney, il mio primo pensiero non fu di scaraventarmi al cinema intonando “i sogni son desideri” ( che poi seh, aspetta e sogna che vedrai come si avverano). Eppure, incredibilmente, ancora oggi rimane per me il live action più riuscito in assoluto.
Mi sono chiesta più volte il motivo di questa incredibile rivisitazione sensata: sicuramente la scelta di ripercorrere la storia classica, senza troppi sconvolgimenti, al massimo smussamenti o aggiunte coerenti con la natura “realistica” del prodotto; attori bravi e convincenti; la natura dei protagonisti perfettamente in linea con la favola originaria ma resi coerenti e sensati nelle loro scelte e decisioni.

Mi sono sempre chiesta ad esempio perché Cenerentola non si ribellasse o scappasse da quelle matte isteriche, e si cercasse, che so, un lavoro dignitoso e ben pagato come ragazza immagine alla Gintoneria (scherzo). Nel live action la questione viene approfondita, spiegando il legame tra Cenerentola e la sua casa, appartenuta ai suoi avi, e luogo da conservare perché luogo del cuore e tempio del ricordo di una famiglia ormai perduta. Questa si chiama un’operazione intelligente. Ecco adesso veniamo a noi:

È arrivato nelle sale il primo giorno di primavera l’ultima fatica della Disney, fatica anche nostra perché dopo tutto il polverone non vedevamo l’ora che uscisse per poter finalmente voltare pagina e passare al prossimo film d’animazione da sacrificare al Dio Incassi. Parliamo ovviamente di Biancaneve di Marc Webb. Avrei tanto, tanto voluto veder rinascere, come a primavera appunto, questo dolorosissimo filone dei live action, lasciarmi coinvolgere dalla storia della bella fanciulla che deve scappare dalla matrigna gelosa che evidentemente non crede nella bellezza interiore e nei corsi di mindfulness.
Dopo averlo visto, penso che tutte le critiche che hanno contraddistinto la produzione di questo film fin dall’inizio non siano state poi un male. Anzi. Sarà anche e soprattutto grazie ad esse se Biancaneve farà bene al botteghino, perché questo film è davvero un disastro. Ma andiamo con ordine:

FAMOLO STRANO A TUTTI I COSTI

Ci risiamo: che senso ha cercare tirare fuori chissà che riflessioni keynesiane su una storia che anagraficamente (1938) non può dare più di quello che è? Che senso ha cercare di dare spessore a protagoniste che quello spessore non l’hanno mai avuto? Perché è così difficile ammettere a sé stessi che Biancaneve è semplicemente una storia romantica e sognante, che ha avuto successo più per quello che ha rappresentato che per il messaggio che ha trasmesso?

PERSONAGGI FRITTO MISTO

Il “principe” che non c’è è un misto tra Robin Hood e Flynn Rider di Rapunzel, Biancaneve un po’ Merida di Ribelle ma fuori contesto, insopportabile nel suo ricordare che lei è forte e indipendente come in un qualsiasi Tik Tok tipo Marcella Bella. La regina non pervenuta. Non avrei mai pensato di rimpiangere Biancaneve e il Cacciatore.

PRODUZIONE HOUSTON ABBIAMO UN PROBLEMA

Le scenografie tipo cartongesso mi danno le stesse vybes cringe di Fantaghirò o Xena (che però avevano un milionesimo del budget e soprattutto risalgono agli anni 90). I Nani, creature magiche completamente in CGI, sono una delle cose più brutte mai concepite negli ultimi anni. E infine i costumi: giuro, e dico giuro, che per Carnevale ho trovato su Amazon a 13,90€ 2 costumi da principessa ben più graziosi.

IMMENSO SPIEGONE

Niente, proprio non ce la fanno a creare dialoghi che non siano un immenso spiegone (tra l’altro con messaggi di una certa complessità tipo i tiranni non vanno bene e sono cattivi), solo che questa volta c’è anche un’aggravante: ovvero che questi spiegoni ce li cantano pure. Ben 13 canzoni sputa fatti che potrebbero trapanare e sgretolare qualsiasi roccia per facilitare i nani nell’estrazione dei diamanti. Forse è questo il loro vero scopo, ora che ci penso.

LA POLITICA (che non c’è)

È il cuore di tutto il remake, forse l’unico elemento che poteva guidare la storia con un minimo di senso attuale, la grande scommessa del regista Marc Webb. Anche qui, purtroppo una scommessa persa, perché la contrapposizione tra due visioni sociali diverse non emerge mai con prepotenza, non si fa mai spazio tra i dialoghi, non viene mai approfondita. Rimane in superficie e nulla più.

VOLEMOSE TUTTI BENE

In una società dove le opinioni sono volutamente appiattite, anche Biancaneve non fa eccezione. Il bacio c’è ma ovviamente CONSENSUALE perchè i due ragazzi hanno avuto ampio modo di conoscersi, mancava solo il cambio status su Facebook (per essere un po’ boomer). Il cacciatore non uccide il cervo ma si presenta con una mela, perché poi chi lo spiega agli animalisti? È come se tutti ci scandalizzassimo quando Massimo Decimo Meridio uccide Commodo per vendicarsi e salvare Roma. Chi glielo spiega agli amanti del codice penale? Non ha senso, appunto, come questa scelta.

Insomma, alla fine il problema non è il colore della pelle della protagonista, il problema non è il razzismo, l’inclusività, l’eliminazione dei nani o il fatto che la Gadot sia sostenitrice israeliana. Magari. Il problema è molto più semplice di così: Biancaneve è un brutto film. Mal pensato, mal scritto, mal prodotto, a tal punto da farmi sperare di mangiare una mela, cadere distesa a terra e passare gli ultimi 30 minuti di film in un sonno profondo aspettando che Ryan Reynolds venga a “salvarmi”.